Le ragioni di un declino

di Nicola Puttilli

Tre interessanti analisi sono comparse sul quotidiano “LA STAMPA” negli ultimi giorni sulla situazione di crisi della nostra scuola. Bene innanzitutto che si parli di scuola a tutta pagina in un quotidiano di importanza nazionale, di solito il dibattito è riservato agli addetti ai lavori quando non legato a temi di stretta attualità e di facile presa come, in questi giorni, la questione degli esami di maturità.

In estrema sintesi il primo scritto di Massimo Cacciari attribuisce le origini del declino al progressivo abbandono della cultura classica, sola in grado di formare il cittadino al di là di condizionamenti e utilitarismi, in favore di una formazione maggiormente funzionale alle esigenze dell’economia e delle imprese.

Nel secondo scritto Gianni Oliva fa riferimento all’incapacità della classe politica della prima repubblica di tradurre in norme e regolamenti le spinte al rinnovamento che si manifestavano, a partire dagli anni ’60, nella scuola e nella società, citando esplicitamente la lezione della scuola di Barbiana.

Nel terzo intervento la dottoressa Perla lamenta la perdita di autorevolezza e di credibilità dell’intero sistema scuola e della figura del “Magister” in particolare, in seguito alle politiche confusamente egualitarie e tendenzialmente negatrici del “merito”, del post ’68.

Tutti e tre gli interventi concordano infine nell’individuare nella eccessiva burocratizzazione e, in qualche caso sindacalizzazione, della scuola e della professione docente una delle principali cause del declino.

 

Rispetto al primo punto c’è da rilevare come la scuola italiana non si sia di fatto mai sganciata, soprattutto nelle superiori, dal modello gentiliano e come, a parte “i” di impresa di berlusconiana memoria, peraltro presto dimenticata, mai sia stata particolarmente sensibile alle istanze e alle richieste dell’economia e del mondo imprenditoriale. Abbiamo passato decenni a magnificare il sistema duale tedesco e a lamentare il costante disallineamento tra domanda del nostro sistema produttivo e offerta del sistema formativo. In realtà la scuola superiore italiana è ancora fortemente sbilanciata sull’istruzione liceale, quasi del tutto impermeabile al rapporto con le imprese e ne sono evidente dimostrazione le difficoltà crescenti a cui vanno incontro le pur modeste esperienze di alternanza scuola-lavoro, non solo nei licei ma perfino negli istituti tecnici e professionali.

Prima la formazione del cittadino, certo e con tutte le garanzie del caso, ma il sistema formativo non può non tenere conto delle esigenze di sviluppo, anche economico, del Paese e non è detto che le due cose siano sempre e necessariamente in contrasto.

In relazione al secondo punto non concordo con la critica del collega Oliva, la cui visione mi sembra particolarmente riferita alla scuola secondaria superiore, mentre le maggiori innovazioni degli anni ’60 e ’70, sotto il profilo pedagogico e didattico, sono relative agli ordini di scuola inferiori, elementare e infanzia in particolare. In questi segmenti si sono realizzate le esperienze più significative di didattica attiva e partecipata, di impostazione cooperativa e laboratoriale, inclusiva e attenta alle relazioni, ispirate da pedagogisti come Francesco De Bartolomeis e Andrea Canevaro, per restare a quelli di casa nostra.

Ma la politica della prima repubblica ha risposto, eccome, tra le leggi più rilevanti ricordiamo la 820 del ’71 istitutiva del tempo pieno, i Decreti delegati del ’74 che aprono le porte alla partecipazione, non più rinviabile comunque la si pensi in un sistema democratico, la legge 517del ‘77 che sostituisce il sistema dei voti con la valutazione formativa e inserisce gli alunni disabili nelle classi normali ponendo fine ai ghetti delle classi speciali e differenziali, fino all’ultima grande legge di riforma, la 59 del ’97 istitutiva dell’autonomia scolastica, che si pone al termine di un lungo percorso svolto quasi interamente all’interno della prima repubblica.

 

Ed è proprio qui, con la fine della prima repubblica e l’inizio della seconda che si ferma il rinnovamento della scuola italiana e inizia il suo inarrestabile declino. Se proprio vogliamo stabilire una data possiamo fissarla nel 2001 con l’avvento del secondo governo Berlusconi, la cui ministra Letizia Moratti non tarda a tessere le lodi della famiglia come principale agenzia educativa, sottovalutando, neanche tanto implicitamente, la funzione della scuola, quella pubblica in particolare. Sottovalutazione che esprime con le proprie riforme e, con spirito spiccatamente manageriale, cominciando a tagliare risorse evidentemente ritenute improduttive, in particolare sul tempo pieno della scuola elementare e media e sulle cosiddette compresenze, quelle che consentono la disarticolazione della classe in favore di una didattica attiva e laboratoriale. Ma in questa operazione viene letteralmente surclassata da chi viene dopo di lei a viale Trastevere, la ministra Maria Stella Gelmini, ben supportata dal ministro dell’economia Tremonti ( dieci miliardi di tagli a scuola e università, circa 100 mila cattedre in meno in un triennio, secondo uno studio della commissione europea). Classi pollaio nelle superiori, blocco del tempo pieno nell’obbligo, tagli generalizzati di organico che rendono difficile se non impossibile qualsiasi forma di didattica innovativa, tagli indiscriminati al personale amministrativo.

Fortunatamente non nelle medesime proporzioni ma i tagli si susseguono di finanziaria in finanziaria, fino a quasi a dimezzare la quota di PIL destinata all’istruzione, dal 6,6% di metà anni ’90 al 3,6% attuale. Altro che Magister dottoressa Perla, i Paesi che ottengono i risultati migliori sono quelli che hanno edifici scolastici moderni e didatticamente attrezzati, le biblioteche, le aule digitalizzate, gli spazi per la relazione e l’incontro, gli insegnanti meglio formati e meglio pagati, quelli che, in definitiva, più e meglio investono nel sistema formativo nel suo complesso. Noi abbiamo edifici vecchi, a volte al limite della sicurezza, concepiti unicamente come moltiplicazione delle aule per una didattica esclusivamente trasmissiva, insegnanti con una formazione sovente inadeguata, soprattutto sul piano psicopedagogico, spesso demotivati e con una retribuzione tra le più basse d’Europa (ovviamente non mancano lodevoli eccezioni anche da noi, che tali purtroppo sono destinate a restare, laddove scuole ed enti locali particolarmente sensibili al tema educativo riescono comunque a reperire volontà, intelligenze e risorse).

Impossibile mantenere la stessa qualità con risorse quasi dimezzate e senza alcuna visione di progetto; di fatto la scuola italiana, negli ultimi 25 anni, è stata abbandonata a se stessa.

 

Analogo abbandono ha subito l’ambizioso progetto dell’autonomia scolastica coltivato a fine dello scorso secolo, in particolare dai ministri Bassanini e Berlinguer. L’obiettivo era quello di esaltare la creatività e la capacità di progettazione delle scuole in piena collaborazione con i territori di riferimento. Anche in questo caso erano previste specifiche risorse, in primo luogo l’organico funzionale per favorire la realizzazione della progettazione didattica sganciando le dotazioni organiche dal rigido rapporto alunni/classi e la creazione di centri di servizio amministrativi, avvalendosi anche del personale e delle competenze dei dismessi provveditorati agli studi, per liberare le scuole dalle pratiche burocratiche improprie. Nulla di tutto questo è stato fatto; degli organici è già stato detto mentre sulle scuole si sono scaricate altre pratiche burocratiche, come le ricostruzioni di carriera e i pensionamenti, precedentemente a carico degli stessi provveditorati senza, peraltro, incremento del personale amministrativo. Con il sostanziale venir meno dell’autonomia ha ripreso campo la burocrazia ministeriale nelle sue varie diramazioni e fa la cosa che meglio sa fare: produrre sempre nuova burocrazia.

Ha ragione, nelle sue conclusioni, l’amico Gianni Oliva: in molti, tra insegnanti e dirigenti scolastici, hanno tenuto la barra dritta mantenendo faticosamente a galla il sistema, ma questo ovviamente non può bastare. Il Paese non può fare a meno di una scuola inclusiva e di qualità, andrebbe riportata al centro di un serio progetto in grado di rimettere in gioco idee, competenze e soprattutto risorse adeguate.

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