di Piervincenzo Di Terlizzi
Quando, poco più di venticinque anni fa, il legislatore ha scelto la strada dell’autonomia, non ha semplicemente cambiato l’assetto amministrativo delle scuole. Ha cambiato la loro antropologia: ha immaginato la scuola non più come articolazione periferica di un centro, ma come comunità educante radicata in un territorio.
L’autonomia non è solo una diversa distribuzione di competenze; è una diversa qualità delle relazioni. È questo il punto che vorrei proporre oggi alla nostra riflessione.
- Dall’autonomia formale alla comunità reale
In questi anni abbiamo parlato molto di autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e sperimentazione.
Ma sappiamo bene che un’autonomia senza relazioni è solo un cambio di modulistica.
Una scuola è davvero autonoma quando è:
– riconosciuta dal territorio come interlocutore credibile;
– capace di ascoltare i bisogni educativi che emergono fuori dalle aule;
– in grado di tessere alleanze stabili con enti locali, terzo settore, mondo del lavoro, università, associazionismo culturale e sportivo.
Il PTOF, in questo quadro, non è un mero adempimento, ma diventa il patto pubblico attraverso cui una comunità locale dice che cosa vuole diventare nei prossimi anni di vita comune.
- Le relazioni di comunità oggi: perché sono ancora più importanti
Viviamo anni segnati da trasformazioni profonde: la pandemia ha ridefinito il rapporto tra presenza e distanza; il digitale e l’intelligenza artificiale stanno cambiando il modo di apprendere, comunicare, lavorare; le disuguaglianze educative e la crisi di senso colpiscono soprattutto gli adolescenti.
In questo scenario, nessuna scuola ce la fa da sola.
L’autonomia non è autosufficienza; è capacità di co-progettare.
Qui risuona una voce che molti di noi conoscono e amano, quella di bell hooks. In Belonging. A Culture of Place scrive:
«I dreamed about a culture of belonging. I still dream that dream. I contemplate what our lives would be like…»
Potremmo completare noi quella frase: che cosa sarebbe la scuola se la prendessimo davvero sul serio come luogo di appartenenza, come spazio in cui si costruisce una beloved community, una comunità amata e capace di prendersi cura?
Le relazioni di comunità sono decisive perché:
- Contrastano la solitudine educativa:
famiglie fragili, ragazzi soli davanti allo schermo, docenti esposti a un carico emotivo altissimo… Solo una rete di soggetti educativi – scuola, servizi, associazioni, parrocchie, realtà sportive e culturali – può reggere questa complessità. - Rendono concreto il principio di equità:
parlare di successo formativo per tutti, senza alleanze col territorio, rischia di restare uno slogan. - Aprono la scuola al futuro dei ragazzi:
i rapporti col mondo del lavoro, con le imprese, con l’università e la formazione terziaria non accademica non sono “optional” di orientamento: sono parte del compito educativo di una scuola che prepara al dopo-diploma. - Ridanno senso civico all’esperienza scolastica:
quando i ragazzi partecipano a progetti di cittadinanza attiva e incontrano le istituzioni del territorio, la scuola diventa davvero palestra di democrazia. - Il ruolo del dirigente scolastico: un “tessitore di legami”
Tutto questo è scritto, in filigrana, nella nostra funzione: il dirigente scolastico è chiamato ad attivare e alimentare rapporti con enti locali, realtà culturali, sociali ed economiche, e insieme a curare le relazioni interne, perché non esiste comunità educativa verso l’esterno se non c’è, dentro, una comunità professionale coesa.
Direi così:
l’autonomia della scuola si misura sulla qualità delle relazioni che il dirigente riesce a promuovere:
– tra docenti,
– tra scuola e famiglie,
– tra scuola e territorio,
– tra le scuole di uno stesso territorio.
In altre parole, siamo chiamati a essere tessitori di legami più che gestori di pratiche.
- Tre cantieri concreti per una scuola autonoma di comunità
Vorrei tradurre queste idee in tre “cantieri” molto concreti.
Primo cantiere: il PTOF come patto di comunità
– Costruire il PTOF a partire da un ascolto strutturato del territorio: consultazioni, incontri, tavoli.
– Scriverlo in modo leggibile, condivisibile, “aperto”.
Secondo cantiere: reti di scopo e patti educativi
– Usare le reti di scuole non solo per motivi amministrativi, ma per progetti educativi condivisi: dispersione, povertà educativa, digitale, IA, orientamento.
– Co-progettare, con gli enti locali, patti educativi di comunità che non siano solo “progetti-bandiera”, ma infrastruttura stabile.
Terzo cantiere: partecipazione studentesca e corresponsabilità delle famiglie
– Rendere effettiva la partecipazione negli organi collegiali, nei consigli di istituto, nelle Consulte studentesche.
– Coinvolgere le famiglie non solo nella gestione dei problemi, ma nella riflessione sul senso della scuola, dei curricoli, del digitale.
- Autonomia, digitale, IA: una sfida di relazioni
Non possiamo ignorare la trasformazione legata al digitale e all’intelligenza artificiale.
Di fronte a questa svolta, la domanda non è soltanto che cosa possiamo fare con queste tecnologie, ma con chi decidiamo di farlo, quali relazioni mettiamo in campo per governare il cambiamento.
– Chi accompagna docenti e studenti a usare criticamente l’IA, se non una comunità educante che riflette insieme?
– Chi garantisce che il digitale non aumenti le disuguaglianze, se non un’alleanza forte tra scuola, enti locali, servizi e terzo settore?
L’autonomia ci consente di scegliere priorità, percorsi, partner.
Ma sono le relazioni che rendono queste scelte effettive, giuste e sostenibili.
- Generatività e responsabilità: un grazie alla presidente Bortoletto
Qui si apre un secondo orizzonte, quello della generatività.
Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, ragionando di generatività sociale, ci ricordano che:
«Generare non è azione solo biologica, ma sociale e simbolica.»
Generare, in questo senso, significa mettere al mondo legami, istituzioni, pratiche che aumentano la vita degli altri senza consumarla, una libertà che non è consumo individuale ma opera relazionale.
Mi pare che questa idea descriva molto bene anche il lavoro che, in questi anni, ANDIS ha portato avanti a favore della scuola italiana. E qui permettetemi una parola esplicita di riconoscenza alla nostra Presidente nazionale, Paola Bortoletto.
Fin dall’inizio del suo mandato, Paola ha insistito sulla necessità di:
– riportare la scuola al centro delle decisioni politiche;
– istituire un osservatorio permanente sulle povertà educative e sull’inclusione, come luogo di confronto e scambio di buone pratiche.
Questo è, a tutti gli effetti, un lavoro profondamente generativo:
non difende solo lo status di una categoria, ma costruisce le condizioni perché ogni scuola possa essere davvero comunità educante, soprattutto là dove le fragilità sociali e culturali sono più forti.
Permettetemi allora di dire, a nome di molti di noi:
grazie, Paola, per la visione, la tenacia e lo stile con cui hai orientato l’ANDIS in questi anni, tenendo insieme la cura delle persone e l’impegno per il bene comune della scuola.
- Conclusione: una parola di impegno comune
Vorrei chiudere con una doppia consapevolezza.
La prima è che la scuola autonoma non è “finita”: è un cantiere aperto, faticoso, talvolta contraddittorio.
La seconda è che senza relazioni di comunità l’autonomia rischia di ripiegarsi su se stessa e trasformarsi in solitudine istituzionale, per le scuole e per noi dirigenti.
Se prendiamo sul serio la lezione di bell hooks sulla beloved community e quella di Giaccardi–Magatti sulla generatività, allora il nostro compito, come dirigenti scolastici, si può dire così:
– custodire e alimentare luoghi di appartenenza,
– generare legami e opportunità che accrescano la vita degli studenti, dei docenti, delle famiglie, dei territori.
Come ANDIS, abbiamo la responsabilità – e la forza – di tenere insieme il discorso sulla qualità dell’autonomia e quello sulla scuola come bene comune, aperta, inclusiva, radicata nei territori.
Il mio auspicio – e il mio impegno personale – è che nei prossimi anni:
– continuiamo a lavorare perché ogni istituzione scolastica sia riconosciuta come nodo vitale della comunità locale,
– sosteniamo i dirigenti nel loro ruolo di leader relazionali,
– rilanciamo un’idea di scuola che non teme il futuro, perché il futuro lo costruisce con le sue comunità, non al posto loro.