Siamo classici vestiti da contemporanei

di Gennaro Salzano

In italiano, l’espressione “fare scuola” significa
“costruire conoscenza”, “divenire un modello”,
“inventare un nuovo modo di fare qualcosa che
verrà poi seguito e ripreso dai posteri”.
Chi “fa scuola” è una sorta di pioniere che, tramite
la propria opera di innovazione, si guadagna
la stima e l’affetto dei propri seguaci.
Eraldo Affinati

Le frequenti riforme e i conseguenti adattamenti normativi (decreti, linee guida, note e circolari ministeriali, ecc.), che si sono concretizzati successivamente al riconoscimento dell’autonomia scolastica, hanno procurato nel sistema scolastico italiano un continuo e, a volte, frenetico cambiamento del pianeta scuola. Le modifiche non sempre sono state accolte dalle comunità scolastiche (personale, alunni, genitori) con favore, procurando, inizialmente, un disagio e, in prospettiva, una certa confusione condizionando la credibilità della Scuola all’interno del sistema sociale. Non si riesce ad assimilare e adattarsi ad una nuova prescrizione, che grava sull’assetto organizzativo-gestionale, sugli aspetti didattico-educativi e sulla valutazione degli esiti di apprendimento, che in poco tempo essa viene sostituita o modificata da successivi interventi legislativi, determinando una sorta di “scuola liquida” dove i confini sociali e i riferimenti scolastici si dilatano, creando disorientamento nel presente e diffidenza nel futuro.

In un sistema elefantiaco come quello scolastico nazionale, frammentato e diversificato, le nuove proposte ordinamentali generano legittime difficoltà d’intervento curricolare non solo sotto il punto di vista didattico-metodologico ma ancor di più sul sistema di valori pedagogici e valutativi che dovrebbe costituire una cornice all’interno della quale ogni unità scolastica può elaborare un progetto curricolare di qualità. Occorre più “tempo critico” per trovare forme di intervento funzionali, in grado di rispondere con maggiore autonomia e consapevolezza alle azioni da intraprendere ed essere al servizio della qualità dell’offerta formativa.

Le istituzioni scolastiche, comunque, hanno dimostrato un costante adattamento a queste richieste normative, dando prova di rinnovarsi e, al contempo, mostrare una capacità didattico-organizzativa adeguata per progettare specifici percorsi formativi a sostegno di alunni/e.

Ma queste capacità di rinnovamento e di adattamento delle istituzioni scolastiche sono condizione sufficiente per sostenere percorsi formativi in grado di rispondere alle sfide educative di una società in continua evoluzione? Gli esiti di apprendimento possono essere ritenuti soddisfacenti? Gli interventi praticati garantiscono un’equa ricaduta territoriale?

Sono interrogativi che richiedono una costante riflessione e una accurata ricerca di campo per evitare evidenze centripete ed altrettante spinte centrifughe.

In primo luogo, non si può nascondere che il sistema scolastico vive una contemporaneità concepita e gestita da una condizione mondiale in rapido mutamento e dominata dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (social network, intelligenza artificiale). L’attuale società digitale, che si configura con un modello piramidale e verticistico, influisce in maniera preponderante nella vita privata e pubblica delle persone in forza sia della quantità che della qualità di informazioni e sia della percezione effettiva del mondo reale, ormai spesso sostituito più da un mondo virtuale. Siamo immersi nella dimensione di un “tempo accelerato” in cui l’evento singolo (notizia, questione, sospetti, immagini, ecc.) produce un maggiore interesse, trascurando la prossimità spazio-temporale di altri fenomeni con il risultato di vivere una esperienza parziale e transitoria della realtà.  Esperienza che, ordinariamente, è affrontata, in particolare dal mondo giovanile, con un atteggiamento passionale ed emotivo a discapito di quello logico-argomentativo, che rapidamente viene sostituito da eventi successivi. Si instaura così un ciclo perpetuo di fenomeni, di relazioni, di emozioni che tende ad autoalimentarsi con verifiche insufficienti e/o assenti, determinando, il più delle volte, delle pseudonotizie (fake news).

Ecco che la Scuola-apparato e le Scuole-militanti, due realtà di uno stesso ecosistema formativo, sono chiamate in sinergia a trovare soluzioni ragionevoli e praticabili ad una duplice sfida: normativa-procedurale e didattico-educativa. Una sfida che genera una complessità sistemica che richiede in tempi più o meno brevi un confronto responsabile, volto a proporre e a praticare provvedimenti orientati ad ottimizzare il processo formativo di un sistema scuola che non si limiti a garantire il diritto all’accesso a tutti, ma si preoccupi anche di difendere il diritto al successo di tutti.

In secondo luogo, la riconosciuta natura della Scuola, quale luogo della formazione, dell’educazione e dell’istruzione, impone, innanzi tutto, di valorizzare gli aspetti pedagogici dell’azione didattica per individuare nell’umano rapporto di reciprocità insegnante/alunno, il denominatore comune per una efficace ed efficiente opera formativa e cognitiva. In quest’ottica, sia l’art.1 del regolamento per l’attuazione dell’autonomia scolastica (DPR 275/1999) che l’art.1, comma 1 della cosiddetta legge della Buona scuola (Legge 107/2015), affermano il principio secondo cui l’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà d’insegnamento, di pluralismo culturale e di diritto allo studio, nella prospettiva di promuovere attività mirate allo sviluppo della persona umana, al fine di tutelare il successo formativo.

Sono espliciti, dunque, i richiami ad una scuola che è chiamata a sostenere con convinzione un orientamento ai valori della solidarietà, dello sviluppo del senso critico, della tolleranza, della democrazia (Popper), del pensiero multidimensionale (Morin), dell’attivismo pedagogico (Claparède ed altri), della modifica dell’ambiente scolastico a “misura di bambino” (Montessori),  della strategia del problem solving per l’adattamento all’ambiente (Dewey), delle discipline come mezzi d’indagine del mondo reale (Bruner), dell’importanza degli stimoli da parte degli adulti (Vygotskij), rigettando quella sindrome d’assedio che vorrebbe una scuola votata ad un addestramento precocemente professionalizzante, omologata ad una cultura efficientista e pragmatica.

In terzo luogo, i precedenti richiami pedagogici, che fanno riferimento, come è noto, alle più accreditate teorie cognitiviste del novecento, nei tempi recenti trovano un loro accreditamento nel Costruzionismo (Papert), che tende a valorizzare l’apprendimento interattivo e dialogico (il cooperative learning, il learning by doing, l’experential learning, ecc.), l’accertamento delle mappe concettuali degli allievi, la visione pluralistica dell’intelligenza (Gardner), l’attenzione agli stili cognitivi, il pensiero computazionale per la risoluzione dei problemi complessi  (Wing) e le tecniche informatiche di programmazione del coding. Metodi e tecniche che rappresentano altrettanti strumenti utili per favorire relazioni efficaci tra l’uomo e la macchina.

Non è da trascurare, altresì, l’importanza dell’uso programmato di piattaforme basate sull’Intelligenza Artificiale Generativa (IAG) per evitare le criticità legate ad un uso indiscriminato e senza controllo con conseguenze gravi per lo sviluppo personale dei giovani studenti. L’introduzione dell’IAG nei diversi settori della società è un’evidenza di fatto che deve essere affrontata dalle istituzioni scolastiche secondo i paradigmi di un impiego abile e responsabile di questa tecnologia. Le scuole non possono arenarsi sui numerosi interrogativi sollevati dal suo uso didattico, ma devono reagire nella consapevolezza che l’IA è uno strumento per rafforzare la relazione educativa. È una sfida irrinunciabile che apre nuovi orizzonti socio-educativi per una cittadinanza digitale che sia orientata a fornire non solo competenze disciplinari efficienti, ma altrettante competenze etico-esistenziali (empatia, consapevolezza di sé, autostima, autoefficacia, visione per il futuro).

In quest’ambito pedagogico, l’azione didattica si deve sviluppare nell’alveo di un apprendimento significativo che, nel rispetto dell’unicità del progetto persona, sia attenta a “trarre fuori” quelle potenzialità di cui l’alunno è portatore, ma contemporaneamente sia sollecito nel leggere i bisogni formativi della società, promuovendo itinerari in grado di rispondere con efficacia ad una formazione integrale, di qualità per tutti e tale da favorire moduli operativi a sostegno dell’individualizzazione e della personalizzazione.

In rapida sintesi, sviluppare un orientamento critico nelle giovani menti di allievi/e, che sempre più risentono delle suggestioni d’una educazione informale, spesso acritica, veicolata dal circuito mediatico e dalle più effimere mode culturali, rappresenta una sfida educativa e contemporaneamente un approccio didattico per trasformare l’impegno scolastico in un’esperienza di vita finalizzata all’acquisizione di competenze cognitive, emotive e relazionali per promuovere “competenze che portano a comportamenti positivi e di adattamento che rendono l’individuo capace di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni”  (OMS, 1994).

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