di Nicola Puttilli
E’ stato ripetutamente rilevato come una delle principali cause che hanno portato alla sonora sconfitta del sì nell’ultimo referendum sulla giustizia,
sia stata la totale indisponibilità del ministro Nordio (e con lui dell’intero governo) alla ricerca di una soluzione concordata tra le diverse parti
interessate alla stessa riforma, a cominciare dall’ Associazione Nazionale Magistrati e, in ambito parlamentare, con le forze dell’opposizione. Sui
diversi contenuti affrontati si sarebbe forse potuto trovare un’intesa senza toccare la Costituzione e quindi dover ricorrere alla prova referendaria.
O forse no, ma un tentativo serio e approfondito in questo senso sarebbe stato doveroso.
In realtà anche questa vicenda non fa che dimostrare ancora una volta la volontà della maggioranza di agire in piena solitudine e autonomia nelle
materie più delicate per la vita del Paese, per il solo fatto di aver avuto qualche voto in più alle elezioni.
Nel prossimo mese di settembre diventeranno operative le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo, ciò che si deve e come si deve conoscere nelle
scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado. In pratica le basi del sapere futuro di questo Paese.
Un complesso documento approvato circa un anno fa dal Consiglio nazionale dell’ANDIS, associazione di dirigenti scolastici molto radicata nelle
scuole del primo ciclo, si apre con la seguente locuzione “…emerge una visione della scuola estremamente piatta, che non fa cenno alla complessità
dell’organizzazione scolastica,… la figura di un Maestro che già nei programmi del 1985 appariva superata, un Maestro che insegna, trasmette
conoscenze e contenuti, poco ricercatore, poco incline a stimolare la ricerca dei ragazzi, la formulazione di ipotesi (soprattutto nelle cosiddette
discipline umanistiche), il lavoro di gruppo, l’autoregolazione”, per concludere con un’affermazione piuttosto perentoria: “Ciò che globalmente si
percepisce è in definitiva un impianto culturale che propone il ritorno ad una scuola ripiegata su una nota e persistente dimensione trasmissiva”.
A nulla sono servite le osservazioni dell’ANDIS, come a nulla sono servite le osservazioni critiche delle altre associazioni di chi la scuola la vive
quotidianamente, delle organizzazioni sindacali, o anche di organismi istituzionali come il Consiglio Superiore dell’Istruzione, il cui parere è stato
sostanzialmente ignorato.
Come nel caso della riforma della giustizia il ministro è andato dritto sulla sua strada accettando solo interlocuzioni formali che non hanno
sostanzialmente modificato il progetto iniziale, teso a imporre alla scuola italiana un paradigma culturale del tutto nuovo, proprio dei valori di una
sola parte politica (quella al governo, ovviamente).
In un intervento al seminario di Camaldoli dello scorso ottobre, poi ripreso in un articolo di “Tuttoscuola” dello scorso febbraio, un pedagogista
competente, esperto e solitamente prudente come Italo Fiorin parla di “… cambio di paradigma culturale guidato da tre grandi ossessioni:
occidentale, identitaria, autoritaria”.
L’ossessione, ci ricorda l’intelligenza artificiale, è un “pensiero, impulso o immagine ricorrente, intrusivo e indesiderato che tormenta la mente …
fissazione parassita che blocca la serenità, spesso vissuta come assedio mentale”. Tale condizione palesemente patologica si eserciterebbe pertanto
su temi come, sempre citando Fiorin, “ l’esaltazione della supremazia dell’Occidente, l’esaltazione dell’identità nazionale, l’esaltazione autoritaria”.
Si tratta in tutta evidenza di temi e di valori, recentemente ribaditi anche in relazione alle Indicazioni per i licei (e sarà interessante vedere la
reazione degli studenti quando se ne accorgeranno), fortemente connotati nella cultura di destra che contrastano violentemente con i valori di
multilateralismo, inclusione, partecipazione democratica, teorizzati e praticati dalla nostra scuola per almeno mezzo secolo.
L’ultima vicenda referendaria ci ha dimostrato, ancora una volta, che non è utile né consigliabile intervenire in modo così rozzo e unilaterale su temi
delicati e potenzialmente divisivi. La scuola, proprio come la giustizia, è questione di interesse nazionale e, in trasformazioni di questa portata, un
confronto serio e scevro da pregiudizi, diventa irrinunciabile. Sono casi in cui il metodo conta quanto e più del merito.
Tra un anno, poco più o poco meno, si aprirà una nuova legislatura. I problemi della scuola saranno quelli di sempre: stabilizzazione, formazione di
qualità e valorizzazione, anche e soprattutto stipendiale, del personale; messa in sicurezza degli edifici scolastici e riqualificazione degli ambienti di
apprendimento; piena realizzazione dell’autonomia scolastica e snellimento burocratico. La dispersione scolastica, così come le situazioni di
maggiore criticità, non si risolvono con i progetti speciali e tanto meno con i metal detector: ci vogliono meno alunni per classe, insegnanti e
dirigenti scolastici formati e motivati, ambienti di apprendimento stimolanti e adeguati ai tempi.
Ci vuole un progetto ampio, serio, possibilmente condiviso e ci vogliono risorse, quelle che sono state sottratte alla scuola nell’ultimo
cinquantennio (quota di PIL dedicato quasi dimezzato e tra le più basse di Europa) che oggi si potrebbero in parte recuperare dall’interno,
reinvestendo sul sistema stesso i risparmi derivanti dal consistente calo demografico.
Proprio come nel caso della giustizia nulla è stato fatto per risolvere i problemi reali della scuola, anche in questo caso una manovra tutta
ideologica e fortemente divisiva, imposta senza dialogo e confronto. Anche senza referendum le analogie potrebbero non finire qui, potrebbe
essere la scuola stessa o, in caso di vittoria politica, una nuova maggioranza, a rispedire al mittente la riforma Valditara, proprio come nel caso della
riforma Nordio.
Nicola Puttilli