“La capacità emozionale è indispensabile alla messa in opera di comportamenti razionali”.
(E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro)
di Mario Di Maio
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Il Decreto del 15 gennaio di quest’anno, concernente la “Sperimentazione nazionale finalizzata allo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali nei percorsi scolastici”, attuativo della legge 19 febbraio 2025, n. 22 avente lo stesso oggetto, costituisce un importante passaggio per evidenziare l’importanza delle cosiddette Life Skills nell’ambito dell’implementazione dei Curricoli scolastici. Le sue finalità sono ben sottolineate nell’articolo 1 che le pone per la realizzazione “dello sviluppo armonico e integrale della persona, delle sue potenzialità e dei suoi talenti e per migliorare il successo formativo prevenendo analfabetismi funzionali, povertà educativa e dispersione scolastica”[1], attribuendo, quindi, ad esse un valore che le mette alla pari delle competenze più propriamente cognitive e, si potrebbe dire, “scolastiche”.
L’aspetto più caratterizzante del Decreto è che esso implica l’avvio di una sperimentazione nazionale conferendo, così, alle Istituzioni scolastiche un compito particolarmente rilevante, anche se di grande responsabilità, che è quello di definirle ed attuarle nell’ambito del Curricolo. Il richiamo all’art.11 del DPR 275 del 99 “Iniziative finalizzate all’innovazione” amplia il significato del Documento ministeriale in quanto indirizza le Scuole ad una revisione del quadro pedagogico e didattico in cui inserire la ricerca.
La sperimentazione ha come finalità l’individuazione delle competenze non cognitive e trasversali il cui sviluppo è determinante per il successo formativo degli alunni e degli studenti, al riconoscimento di buone pratiche relative a metodologie e a processi di insegnamento che favoriscano lo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali. Il Documento sottolinea che essa è rivolta anche a precisare i criteri e gli strumenti per la loro rilevazione e valutazione, in conformità ai principi che regolano, con le competenze chiave europee, il long life learning.
Il richiamo “all’individuazione di percorsi formativi basati su metodologie didattiche innovative che valorizzino potenzialità, motivazioni e talenti degli studenti”[2] finalizzati alla diminuzione della dispersione scolastica, sia esplicita sia implicita, costituisce un suggerimento importante per implementare nelle scuole delle strategie efficaci nei riguardi della riduzione di questo fenomeno.
L’azione del Governo costituisce un importante intervento di riparazione alla mancata approvazione del Disegno di legge n.2372, del 2022, discusso nella Camera dei Deputati ed approvato nel gennaio di quell’anno, trasmesso poi al Senato per la definitiva convalida, ma mai emanato a causa della fine della legislatura, che stabiliva l’introduzione nei diversi gradi di scuola dell’insegnamento di competenze non cognitive finalizzate, però, quasi esclusivamente, al recupero delle situazioni relative alla prevenzione degli “analfabetismi funzionali, della povertà educativa e della dispersione scolastica”.[3]
E’, quindi, opportuno, ancora una volta, aprire un’ampia “ finestra” sul significato di competenze non cognitive, in quanto nel Decreto ci si richiama a precedenti riferimenti normativi tra cui, a parte quelli della Commissione Europea e internazionali, c’è la menzione del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca del 4 settembre 2019, n. 744, recante le «Linee guida dei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento».[4]
2 Definizione di competenze non cognitive e trasversali
Negli ultimi decenni, il dibattito pedagogico ed economico ha progressivamente ampliato l’attenzione oltre le tradizionali competenze cognitive, riconoscendo l’importanza delle competenze non cognitive nello sviluppo umano e nei risultati di lungo periodo[5].
La letteratura economica contemporanea ha dimostrato che queste variabili incidono significativamente sugli esiti scolastici, professionali e sociali[6]. Parallelamente, le istituzioni europee hanno formalmente integrato le competenze trasversali tra gli obiettivi prioritari dei sistemi educativi[7].
Il termine competenze non cognitive si riferisce a un ampio insieme di caratteristiche personali, disposizioni emotive, atteggiamenti e abilità socio-relazionali che non rientrano nelle tradizionali misurazioni dell’intelligenza o delle conoscenze disciplinari. Esse includono, tra le altre, la motivazione, l’autoregolazione, la perseveranza, l’empatia, la capacità di collaborazione e la gestione delle emozioni.
Le competenze trasversali, invece, sono abilità applicabili in diversi contesti e ambiti disciplinari, indipendentemente da uno specifico contenuto tecnico o professionale. In molti casi, le due categorie si sovrappongono: gran parte delle competenze non cognitive è infatti di natura trasversale, in quanto trasferibile da un contesto all’altro.
A differenza delle competenze cognitive, che riguardano principalmente processi come la memoria, il ragionamento logico e la comprensione, le competenze non cognitive incidono sul come una persona utilizza le proprie conoscenze e capacità, influenzando comportamenti, atteggiamenti e relazioni.
Nell’ambito di un excursus storico riferito al dibattito su queste competenze l’interesse rivolto ad esse non è un fenomeno recente. Già all’inizio del Novecento, studiosi come John Dewey sottolineavano l’importanza dell’esperienza, della motivazione e della dimensione sociale dell’apprendimento[8]. Tuttavia, per lungo tempo, i sistemi educativi hanno privilegiato la misurazione delle abilità cognitive standardizzate.
A partire dagli anni Novanta, il contributo delle scienze psicologiche ed economiche ha rilanciato l’attenzione su queste competenze. In particolare, il lavoro di James Heckman, vincitore nel 2000 del premio Nobel per l’economia, ha evidenziato come fattori quali perseveranza, autocontrollo e motivazione abbiano un impatto significativo sui risultati scolastici e sui redditi futuri, talvolta superiore a quello delle abilità cognitive.[9]
Dal punto di vista psicologico, uno dei modelli più influenti è il Big Five Personality Model, che individua cinque grandi dimensioni della personalità: apertura mentale, coscienziosità, estroversione, gradevolezza e stabilità emotiva. Molte competenze non cognitive possono essere ricondotte a queste dimensioni, in particolare alla coscienziosità e alla stabilità emotiva.[10]
Un’ulteriore classificazione delle principali tipologie di competenze non cognitive, a seconda dell’approccio teorico adottato, individua tre macro-aree, quella delle competenze personali che riguardano la relazione dell’individuo con sé stesso e includono:
autoconsapevolezza
autostima
motivazione intrinseca
perseveranza e resilienza
gestione dello stress
Esse contribuiscono alla capacità di affrontare le sfide, mantenere l’impegno nel tempo e adattarsi a situazioni nuove o complesse.
Le competenze sociali e relazionali comprendono abilità fondamentali per l’interazione con gli altri, tra cui:
empatia
comunicazione efficace
cooperazione e lavoro di gruppo
gestione dei conflitti
leadership
Tali competenze sono essenziali non solo in ambito lavorativo, ma anche nella partecipazione civica e nella costruzione di relazioni interpersonali positive.
Infine le competenze emotive che riguardano la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le emozioni proprie e altrui. Il concetto di intelligenza emotiva, introdotto da Salovey e Mayer e reso popolare da Daniel Goleman[11], rientra in questa area e comprende abilità come:
riconoscimento delle emozioni
regolazione emotiva
utilizzo delle emozioni nei processi decisionali
Questa tripartizione è coerente con i modelli internazionali di educazione alle life skills proposti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità[12] e dall’OCSE[13].
Il ruolo delle competenze non cognitive viene evidenziato in modo rilevante dalle Nuove Indicazioni del 2025 che, nell’ambito del paragrafo “Scuola che educa alle relazioni, all’empatia e al rispetto della persona” recitano:” Questo tipo di educazione è qualcosa di più dell’alfabetizzazione emozionale: allena bambine e bambini a ‘capirsi’ nella complementarità delle rispettive differenze. In tale direzione è necessario avviare a scuola un profondo lavoro educativo e preventivo: un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza. Tutte le discipline e metodi, dall’educazione motoria alla letteratura e alle Stem, dalla musica alle arti, dalla scrittura autobiografica al cinema, al teatro e al gioco, sono grandi ‘alleati’ degli insegnanti per questo lavoro didattico”.[14]
Nel contesto educativo, le competenze trasversali rappresentano un elemento fondamentale per promuovere un apprendimento significativo e duraturo. Esse favoriscono la capacità degli studenti di trasferire le conoscenze acquisite a situazioni nuove, di lavorare in modo autonomo e di collaborare con i pari. Le principali competenze trasversali riconosciute in ambito scolastico e universitario includono:
pensiero critico;
problem solving;
capacità metacognitive;
comunicazione orale e scritta:
competenza digitale.