di Nicola Puttilli
Alcuni anni fa, appena prima della pandemia, partecipai a un convegno all’Unione Industriale di Torino al quale erano presenti i rappresentanti dei principali sistemi scolastici del pianeta. Le recenti vicende relative alle indicazioni nazionali per il primo ciclo e all’educazione all’affettività e alla sessualità mi hanno fatto ripensare all’intervento di allora del rappresentante della Repubblica Popolare di Cina. Raccontava che a metà degli anni ’80 si ritrovava a studiare in quel di Perugia e che era totalmente affascinato dal sistema ferroviario del nostro Paese e in particolare dal Pendolino, capace di sfrecciare a trecento all’ora mentre in Cina si arrancava con velocità pressoché da medioevo. Tornato in Italia una quarantina di anni dopo, la sua meraviglia era ricaduta sulla disorganizzazione e la lentezza dei nostri trasporti ( ma è giusto ricordare che ancora non c’era stato l’insediameto dell’attuale ministro) in confronto alla puntualità e alla rapidità dei treni cinesi. Non erano i treni, evidentemente, il vero oggetto dell’intervento che si concludeva con l’annuncio che in Cina stavano, allora, progettando la scuola del 2.050.
Non è questo, ovviamente, il modello da perseguire, sono cose possibili nelle dittature, o nelle cosiddette democrature, dove l’opposizione non ha voce e non è affatto scontato che programmazioni a così lungo termine siano le più efficaci. Nelle vicende nostrane non può tuttavia non sorprendere l’accanimento con cui l’attuale governo porta avanti le proprie riforme in totale disaccordo e contrasto con un’opposizione, non solo parlamentare, che bene o male rappresenta l’altra metà del Paese e, nello specifico della scuola, ben più che la metà.
Le urla concitate in Parlamento del ministro Valditara a fronte di un’opposizione inferocita sulla questione dell’educazione alla sessualità e all’affettività, rappresentano in maniera plastica una spaccatura che sarà difficilmente risanabile. Analogamente sulle indicazioni nazionali per il primo ciclo si è registrato un dissenso pressochè totale da parte delle associazioni dei docenti e dei dirigenti scolastici e delle organizzazioni sindacali e nondimeno forti perplessità e criticità sono state manifestate anche da organi istituzionali come il CSPI e il Consiglio di Stato. Obiezioni e criticità che spaziano dalla eccessiva ideologizzazione, alla confusione metodologica ed epistemologica, fino alle carenze e alle imprecisioni linguistiche e lessicali.
I cambi di paradigma culturale si sono storicamente succeduti più o meno ad ogni quarto di secolo e così è stato per i programmi scolastici: 1955,1985, 2012 (trasformati in indicazioni a seguito dell’introduzione dell’autonomia scolastica) e, soprattutto, questi ultimi non dovrebbero essere così fortemente divisivi e quantomeno ricercare il massimo livello di condivisione possibile nell’ambito delle conoscenze al tempo disponibili, essendo la scuola, appunto, un bene comune.
Ma davvero questo governo pensa di restare in carica fino al 2050 come in Cina? Non si pone il problema che se perderà le prossime elezioni (evento evidentemente non certo ma non impossibile) le sue indicazioni nazionali, entrate in vigore nel settembre del 2026, potrebbero essere rimandate al mittente già nel 2027? Tradurre nuovi programmi in didattica quotidiana richiede tempo, impegno, risorse; vuol dire decine se non centinaia di ore di progettazione e formazione individuale e, soprattutto, collegiale; predisposizione di nuovi materiali didattici, ricerca di nuove modalità di verifica. Davvero appare di buonsenso, tanto per citare l’ultima fatica letteraria del ministro, sottoporre le scuole a un simile stress ad ogni potenziale cambio di legislatura?
La vera svolta, in grado di superare sterili contrapposizioni e restituire alla scuola vero protagonismo, è stata l’autonomia scolastica, al punto di portare al superamento del concetto stesso di programma, per liberare la capacità progettuale e operativa delle scuole e dei rispettivi territori di riferimento, nell’ambito di principi generali nazionali.
Purtroppo le autonomie scolastiche dal momento della loro istituzione sono state oggetto di una continua e inesorabile opera di logoramento: partite per gestire l’organico funzionale hanno dovuto subire nel giro di pochi anni tagli al personale per una decina di miliardi; la scomparsa dei provveditorati agli studi e la mancata istituzione dei previsti centri di servizio amministrativi a supporto delle autonomie, hanno inondato le scuole di incombenze burocratiche che poco o nulla hanno a che fare con l’offerta formativa, condizionando fortemente, tra l’altro e non in meglio, il lavoro dei docenti e, soprattutto, dei dirigenti scolastici. Queste, fra le molte altre, alcune cause del citato logoramento e così il protagonismo, in modo sempre più invasivo, se lo è ripreso il vecchio ministero con le sue diramazioni regionali e territoriali, fino al punto di sentirsi in dovere di imporre nuovamente alle scuole quelli che, di fatto, sono nuovi programmi.
Si è avvertita la mancanza di una rappresentanza istituzionale delle autonomie scolastiche che le mettessero in grado di interloquire con ministero ed enti locali in condizioni di pari dignità ed è in questo senso che si dovrebbe procedere, ma è comunque dall’autonomia didattica e organizzativa delle scuole, garantite dal regolamento dell’autonomia e costituzionalmente protette, che bisognerà ripartire per permettere alle scuole stesse di esprimere in modo compiuto e democratico la propria offerta formativa.
Più in generale servirebbe sulla scuola un investimento serio, un grande piano nazionale capace di restituirle gradualmente almeno parte delle risorse che le sono state sottratte nell’ultimo trentennio (circa un terzo della quota PIL dedicata, una cifra gigantesca) per intervenire finalmente su temi trasversali sui quali si è già ampiamente discusso: edilizia scolastica e qualità degli ambienti di apprendimento, formazione e reclutamento dei docenti, organico funzionale, tanto per citare i principali.
Su questo dovrebbe misurarsi da subito la nostra classe politica, non proprio un piano alla cinese, ma un progetto di largo respiro, ampiamente condiviso, tale da non essere ridiscusso e capovolto ad ogni cambio di legislatura.
PS: allo stesso convegno il rappresentante degli Stati Uniti d’America, in un focus sulle imprese più innovative della Silicon Valley, si è prodotto nella seguente affermazione: “Noi assumiamo solo ingegneri indiani e manager italiani, che abbiano fatto le scuole Montessori”, come a dire che al centro del processo di apprendimento c’è pur sempre il bambino.