La validità degli studi umanistici nel liceo classico e il senso della parola “ginnasio”

di Clara Atorino

La validità degli studi umanistici nel liceo classico e il senso della parola “ginnasio”

Nel dibattito contemporaneo sull’istruzione, sempre più orientato verso competenze immediatamente spendibili nel mercato del lavoro, gli studi umanistici, e in particolare il percorso del liceo classico, vengono talvolta percepiti come lontani dalla realtà, quasi un lusso del passato. Ma è davvero così? Oppure, proprio in un tempo dominato dalla velocità e dalla semplificazione, essi rappresentano una risorsa ancora più necessaria?

Per comprendere il valore del liceo classico, può essere utile partire da un’esperienza concreta: la traduzione di un testo latino o greco. Immaginiamo uno studente alle prese con un passo di Cesare o di Omero. Non si tratta soltanto di “tradurre parole”, ma di entrare in un sistema di pensiero diverso. Quando si affronta, ad esempio, un periodo complesso di Cicerone, bisogna riconoscere la struttura logica della frase, individuare le relazioni tra le proposizioni, cogliere le sfumature del lessico. È un esercizio che richiede pazienza, precisione, capacità di analisi — le stesse competenze che oggi vengono richieste in contesti molto diversi, dalla programmazione informatica all’interpretazione dei dati.

Allo stesso modo, leggere un dialogo di Platone significa imparare a ragionare attraverso domande e risposte. Socrate non offre mai soluzioni preconfezionate: accompagna l’interlocutore in un percorso di scoperta, mettendo in discussione le certezze apparenti. Questo metodo, noto come “maieutica”, è un modello straordinariamente attuale: insegna che il sapere non è accumulo passivo di informazioni, ma costruzione attiva e critica.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Pensiamo a Tucidide, che analizza la guerra del Peloponneso non come una semplice successione di eventi, ma come il risultato di dinamiche politiche, economiche e psicologiche. Oppure a Tacito, che nei suoi Annales descrive il potere imperiale con uno sguardo lucido e spesso disincantato, mettendo in luce i meccanismi della corruzione e della propaganda. Leggere questi autori significa sviluppare una capacità di interpretazione del reale che va ben oltre il contesto storico in cui sono vissuti.

Un altro esempio ancora: la tragedia greca. In Sofocle, l’Edipo re non è soltanto la storia di un uomo sfortunato, ma una riflessione profonda sul rapporto tra conoscenza e responsabilità. Edipo cerca la verità, ma quando la scopre deve affrontarne le conseguenze. Non è forse una situazione che, in forme diverse, continua a riguardarci? La letteratura classica ci mette di fronte a dilemmi che non hanno perso la loro attualità: il conflitto tra legge e coscienza, tra individuo e comunità, tra destino e libertà.

In questo senso, gli studi umanistici non sono affatto “inutili”: sono una palestra del pensiero. Non forniscono risposte immediate, ma strumenti per orientarsi nella complessità. In un’epoca in cui siamo costantemente esposti a informazioni rapide e spesso superficiali, la capacità di fermarsi, leggere con attenzione, interpretare e valutare diventa un valore fondamentale.

A questo punto si inserisce la riflessione sulla terminologia scolastica, in particolare sulla possibile reintroduzione del termine “ginnasio” per indicare i primi due anni del liceo classico, oggi definiti “primo biennio”.

La parola “ginnasio” deriva dal greco gymnásion, che indicava il luogo in cui si praticava l’esercizio fisico. Ma nella Grecia antica il ginnasio non era soltanto uno spazio per allenare il corpo: era anche un centro di formazione culturale, un luogo in cui si studiava, si discuteva, si filosofava. Platone stesso insegnava in un contesto che non era separato da questa dimensione educativa complessiva.

Questo dato etimologico non è un semplice dettaglio linguistico: racchiude una visione dell’educazione come sviluppo armonico della persona. Corpo e mente non erano considerati ambiti separati, ma parti di un unico processo formativo. Reintrodurre il termine “ginnasio” potrebbe allora significare recuperare simbolicamente questa idea di educazione integrale.

Possiamo immaginare, ad esempio, il primo biennio del liceo classico come una fase di “allenamento” proprio nel senso originario del termine. È il momento in cui si acquisiscono gli strumenti di base: la grammatica, il lessico, i primi rudimenti della traduzione, ma anche l’abitudine allo studio rigoroso e alla riflessione. Come in una palestra, si costruiscono le fondamenta su cui poggerà tutto il percorso successivo.

Il termine “biennio”, al contrario, appare più neutro, quasi amministrativo. Non evoca immagini, non richiama tradizioni, non suggerisce un’idea di formazione. È funzionale, ma privo di profondità simbolica. “Ginnasio”, invece, porta con sé una storia, una visione, un’identità.

Naturalmente, non si può pensare che un cambiamento terminologico, da solo, possa trasformare la realtà educativa. Se la parola “ginnasio” deve essere recuperata, lo deve essere in modo consapevole, accompagnata da una riflessione sui metodi didattici e sugli obiettivi formativi. Deve tornare a essere ciò che era in origine: non un semplice nome, ma un’idea di educazione.

In conclusione, il liceo classico continua a rappresentare un percorso di grande valore, proprio perché non si limita a trasmettere conoscenze, ma forma il modo di pensare. Attraverso gli autori antichi, gli studenti imparano a interrogare il mondo, a riconoscere la complessità, a sviluppare uno sguardo critico. E forse è proprio questa la competenza più importante di tutte: non quella che risponde più velocemente, ma quella che comprende più profondamente.

In un tempo che corre, il liceo classico insegna a fermarsi. E, fermandosi, a capire davvero.

È questo, in fondo, l’impegno che il liceo classico Giovanni Berchet porta avanti con convinzione sin dalla sua nascita: custodire e rinnovare una tradizione educativa che non si limita a trasmettere il sapere, ma forma persone capaci di pensare, comprendere e orientarsi nel mondo. In questa continuità tra passato e presente si riconosce il senso più autentico del liceo classico: non un’eredità da conservare, ma una pratica viva da coltivare ogni giorno.

Milano, 28 marzo 2026                                                                

Clara Atorino

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